Il Castello di San Martino, feudo dei conti San Martino di San Martino, nelle guerre tra Francia e Spagna in Piemonte nel 1552 viene distrutto.
Questi signori possedevano anche il feudo di Perosa dove c’era l’Ayrale: ‘‘jn pomario sunt JJ iuncte que sunt sub airali domini paini ” (in Pomario ci sono due giunte di terra che sono sotto l’Airale étel Signor Painus. Documento di fine XII secolo). L’Airale era sulla strada medievale che da Ivrea saliva l’erta per il castello di San Martino e poi proseguiva per Torino. Intorno all’Airale nel XIV secolo nasce il Ricetto, insediamento base di Perosa (anche con l’apporto degli abitanti di Moirano). Questo insediamento era una dipendenza colonica del castello di San Martino. Con la scomparsa dei conti San Martino di San Martino nel 1604 Carlo Perrone , abile e ricco borghese di Ivrea, viene investito di parte della Ca stellata di San Martino con il titolo di Conte.
Nel l655 i Perrone costruiscono la loro residenza di campagna a Perosa vicino alle loro vaste proprietà agrarie; ad Ivrea possedevano “il più bello e magnifico palazzo” di cui parla Della Chiesa nel 1635.
La villa di campagna dei Perrone a Perosa era sita nella via centrale del borgo, a Ovest della Chiesa e dell’Airale. Era dotata di ampi locali nel pian terreno e nel primo piano, con un grande cortile con fontana ed una piccola Cappella. Nella parte Ovest del complesso edilizio c’erano i granai ed un edificio per l’allevamento del baco da seta (usato poi per deposito di uve e frutta). Sotto il palazzo c’erano delle vaste cantine dove si produceva e conservava il vino, frutto dei grandi vigneti coltivati sulla Morena.
A Sud del palazzo c’era un grande edificio, tuttora conservato, ove era stata installata la Filanda con 125 fornelletti da seta. Fuori paese i Perrone avevano creato e gestivano il complesso prato-industriale della Ramera dove si trasformava il rame estratto dalle miniere di Ollomont in oggetti in rame per la casa; in questi edifici, ora adibiti a cascina, c’era anche una Cappella (andata poi perduta).
La residenza di campagna dei Perrone a Perosa nel primo quarto del Novecento viene restaurata dai coniugi Conti Maria Perrone San Martino e Gabriele Michelini San Martino. Attualmente è residenza dei Conti Michelini.
12 luglio 1686: viene benedetta la chiesa parrocchiale di Perosa; la chiesa era di dimensioni molto più modeste dell’attuale.
Don Vaccari, in occasione di lavori di sistemazione del pavimento della chiesa, fatti nel 1958, accertò che la chiesa più antica era lunga circa 6 metri, partendo dall’attuale ingresso; la visita pastorale del 1652 ci tramanda che la chiesa è più ampia (16 passi per 8 di larghezza) di quella primitiva.
Sulla Chiesa parrocchiale di Perosa, a pa1tire dalla fine del 1600, c’è il diritto di patronato da parte della famiglia dei Perrone di San Martino ; questo patronato venne acquisito a seguito della donazione di una casa, con rustico e orto (ora sede del municipio locale), da adibire a casa parrocchiale. Il diritto di patronato viene esercitato in particolare, quando viene a mancare il Rettore della Parrocchia; in tal caso il Patrono, entro 4 mesi dalla vacanza del beneficio parrocchiale , deve presentare un nuovo sacerdote per l ‘incarico di Rettore.
Ampliamenti della chiesa parrocchiale furono fatti nel 1830, nel 1846 (costruzione della sacrestia) e nel 1906 (ampliamento della chiesa verso l’airale). La chiesa di Perosa è dedicata alla Natività di Maria Vergine; l’icona posta sopra l’altare della chiesa, che rappresenta la Natività, è un dono della locale Comunità del 1768. La chiesa ha due altari laterali dedicati alla Madonna del Rosario ed a Antonio Abate- S. Vincenzo Ferreri – Madonna delle Grazie. Perosa dipendeva nel dalla vicaria di San Martino.
Sono in corso lavori di ristrutturazione della Chiesa Parrocchiale, sostenuti da una benefattrice, che tra l’altro hanno portato in evidenza i bellissimi disegni della facciata.
La prima ala
La manica più antica risulta essere quella che, con andamento nord-sud, delimita la piazza odierna sul versante occidentale.
Il progetto per la sua realizzazione venne redatto dall’Arch. Francesco Martelli nel Luglio del 1820 : non si trattò di una nuova costruzione, bensì di ampliamento e riattazione di alcuni fabbricati preesistenti, acquistati dal Comune per essere compresi nella definizione della nuova casa comunale. Giunto al completo compimento intorno al 1825 circa, questo corpo di fabbrica fu sottoposto ad un secondo momento di riplasmazione circa vent’anni dopo, quando venne affiancato e collegato ad esso il secondo braccio del palazzo comunale. In particolare nel 1845 venne rifatto il tetto con travi in rovere, venne realizzato il portico ed il balcone in pietra al piano nobile.
Anche l’interno subì alcune modifiche: nel 1846 vennero realizzati i dipinti chiaro-scuri sulla volta della Sala Consigliare.
La seconda ala
Progettato dall’Ing. Melchioni e sotto la direzione lavori dell’Arch. Carlo Augusto Martelli, il secondo braccio venne realizzato per mano dell’impresario Bonino Giuseppe fra il 1845 e il 1847.
Esso si eleva a quattro livelli fuori terra, oltre ad un piano interrato, collegati da settanta gradini in pietra di uno scalone d’angolo, inserito in corrispondenza del punto d’intersezione fra quest’ala e quella preesistente, come elemento di comunicazione fra le stesse.
Il campanile
Già previsto nel progetto del 20 Maggio 1845, esso venne in realtà costruito in due fasi successive: durante i lavori di riattamento del vecchio braccio, contemporanei alla realizzazione dell’ala nuova, esso venne eretto fino all’altezza del tetto; in seguito all’”appalto per ultimazione lavori” presentato nel 1862, il campanile venne alzato per ulteriori 24,50 metri oltre il livello del cornicione.
Al suo interno venne fatta proseguire la scala a chiocciola già esistente e per essa fu previsto il rifornimento di lastre di pietra da taglio dalle cave di Pont, Cuorgnè, Bard o Carema, in quanto di dura qualità e barre in ferro per la realizzazione della ringhiera, dalle fonderie di Aosta.
In sommità fu realizzato un cupolino coperto con lamine in rame. A seguito della demolizione della torre comunale annessa alla Chiesa parrocchiale nel 1865, le campane vennero trasferite al nuovo campanile del palazzo comunale. Contemporaneamente venne installato sulla copertura un parafulmine ed inseriti sulle facciate del campanile tre quadranti orari con cifre romane eseguite ad olio. Il tutto per un ammontare di £ 21.740.
La meridiana
L’orologio solare dipinto sulla facciata meridionale dell’ala nuova del palazzo comunale è stato indicato come uno dei complessi gnomonici più grandi fra quelli adottati in Piemonte nel XIX secolo.
Esso risulta costituito da tre quadranti, risalenti ad epoche diverse:
– l’orologio centrale, coevo all’edificazione del nuovo braccio, in cui appare la sovrapposizione delle linee orarie italiche e di quelle babilonesi. Le prime, in uso fino alla metà dell’800 misuravano il tempo facendo coincidere lo zero del nuovo giorno con il tramonto; le altre simmetriche alle precedenti, indicavano le ore a cominciare dal sorgere del Sole.
– gli orologi laterali, o ‘lemniscate’, coevi probabilmente alla sopraelevazione del campanile comunale, in quanto utilizzate per regolare gli orologi meccanici. La lemniscata sinistra è valida da gennaio a giugno, quella di destra da luglio a dicembre.
La Sala Consigliare
Collocata al piano nobile dell’ala nuova del palazzo comunale, essa si distingue per la ricchezza delle decorazioni ed il pregio degli elementi che la compongono.
Nel maggio del 1845 vennero redatti due disegni per le opere di decorazione della gran sala: di estremo interesse la volta a padiglione dipinta a tempera, raffigurante scene mitologiche all’interno di nove medaglioni delimitati da quadrature a finto stucco, realizzate dal pittore Domenico Cattaneo per una spesa di £ 1.500. In particolare nel riquadro centrale è rappresentato Giove incoronato dalle Grazie.
Nel 1847 venne ultimato il palchetto realizzato in noce e ciliegio alternati a formare motivi geometrici a losanghe, secondo le prescrizioni riportate sul disegno del 16 agosto 1845.
In ultimo furono realizzati gli ornati della gran sala, fra cui la ringhiera in ferro della balconata interna, dipinta con vernice di Francia e arricchita con decorazioni in ghisa colorate a finto bronzo.
La chiesa dei Santi Michele e Solutore è fra gli episodi più interessanti e felici dell’architettura piemontese della seconda metà del Settecento. Appena edificata, a inizio Ottocento raccolse l’ammirazione di molti viaggiatori: a impressionare era il carattere monumentale, la «solidità straordinaria» delle masse esterne, l’enorme travatura che sostiene il tetto, l’«armonia meravigliosa» della pianta. La volta dell’aula, gettata nel 1777, vasta, slanciata, straordinariamente leggera nella struttura a costoloni, è di un’audacia pressoché ineguagliata in Piemonte, considerata l’ampiezza della superficie che copre, all’incirca 28 metri di lunghezza per 20 di larghezza. Gli stucchi che la decorano sono opera di un’esperta bottega di luganesi, attiva nel Piemonte sabaudo per tutto il Settecento: Antonio Papa e Giovanni Battista San Bartolomeo. Rana compone la pianta della chiesa in una articolata sequenza spaziale che, prolungata sull’asse longitudinale, sortisce in alzato un effetto altamente scenografico: dall’atrio d’ingresso lo sguardo è catturato dall’aprirsi di spazi in profondità verso la cappella sopraelevata del Rosario, dove due angeli in stucco sollevano il sipario sullo spettacolo luminoso del simulacro della Vergine.
Varcata la soglia, sopra il grande portale, si conserva uno degli organi più importanti e integri fra quelli costruiti in Canavese dai fratelli Serassi, celebre famiglia di organari bergamaschi. Giuseppe Serassi ricevette l’incarico nel maggio del 1809: i lavori iniziarono nella primavera successiva e lo strumento fu inaugurato per il 1812. Con le sue due tastiere e una cinquantina di registri corrispondenti a circa 2400 canne rimase per almeno un decennio l’organo più grande del Piemonte sabaudo, prima di essere ulteriormente ampliato dagli stessi Serassi nel 1864.
Varcata la soglia, sopra il grande portale, si conserva uno degli organi più importanti e integri fra quelli costruiti in Canavese dai fratelli Serassi, celebre famiglia di organari bergamaschi. Giuseppe Serassi ricevette l’incarico nel maggio del 1809: i lavori iniziarono nella primavera successiva e lo strumento fu inaugurato per il 1812. Con le sue due tastiere e una cinquantina di registri corrispondenti a circa 2400 canne rimase per almeno un decennio l’organo più grande del Piemonte sabaudo, prima di essere ulteriormente ampliato dagli stessi Serassi nel 1864.
Dal vestibolo di ingresso si accede alla navata centrale di forma ellittica con quattro cappelle laterali, due su ogni lato maggiore, i cui altari in marmo sono stati realizzati, i primi due ai lati del presbiterio, su progetto di Rana nell’ultimo quarto del Settecento, mentre i due verso il vestibolo d’ingresso un secolo più tardi. Il primo altare sulla destra è dedicato a San Giuseppe e reca una tela del pittore Enrico Reffo, professore dell’Accademia Albertina di Torino, nel 1877. I successivo è dedicato, invece, alle Anime del Suffragio, con un dipinto del 1784 del pittore Vittorio Amedeo Rapous. Sul lato opposto è l’altare della Madonna del Carmine: la tela è opera del 1784 del pittore Giovanni Domenico Molinari. Il quarto altare, che fronteggia sul lato opposto della navata centrale l’altare di San Giuseppe, è dedicato al Sacro Cuore, con l’ancona dipinta dal pittore Tommaso Lorenzone, donato dal conte Belletrutti di San Biagio, colonnello di cavalleria in ritiro che aveva sposato una San Martino. Il conte Belletrutti in occasione della terza incoronazione centenaria della Madonna ospitò i Vescovi nel suo Castello, che alla sua morte venne donato a Don Bosco prima di essere acquistato dai Marchesi Villanova.
Sul grande arco che collega la navata centrale all’altare maggiore, campeggia lo stemma comunale di Strambino, a ricordare l’impegno per la costruzione della chiesa non solo della Compagnia del Rosario ma anche dell’intera comunità strambinese. Al centro del presbiterio sorge l’altare maggiore, messo in opera tra il 1781 e il 1783 da una squadra di marmorini lombardi, insieme al pavimento marmoreo e alla balaustra che lo circonda. Il ciborio in legno dorato che corona il tabernacolo fu aggiunto nel 1853 dall’architetto strambinese Carlo Augusto Martelli. Le pareti del coro furono decorate a stucco secondo le indicazioni di Rana. Nelle nicchie laterali del grande arco della cappella del Rosario trovano posto due statue raffiguranti i santi patroni Candida e Solutore.
Alla cappella della Madonna del Rosario si accede dall’andito di sinistra che immette nella sacrestia. Rialzata rispetto al piano della chiesa e accessibile per due scale simmetriche ai lati del coro, la cappella ha come illustre precedente quella della Sacra Sindone di Guarini nel duomo di Torino. Portata al coperto nel 1771, fu decorata secondo le precise istruzioni del suo architetto, Rana, e rappresenta l’ambiente più ricco della chiesa per opulenza di marmi e dorature. L’altare che custodisce la statua della Vergine fu commissionato nel 1774 a uno scalpellino di Viggiù (Varese), Amedeo Rizzi, il quale tuttavia si diede alla macchia prima di concludere l’opera, costringendo la Compagnia del Rosario a sostituirlo nel 1781 con Simone Catella, suo compaesano. Il prezioso pavimento a stelle in marmo bianco e nero di Como e rosso di Svizzera è opera sua. Su suggerimento di Rana le pareti della cappella furono, invece, rifinite a finto marmo. Il ciclo di affreschi nei medaglioni della volta, eseguiti nel 1772 dal pittore valsesiano Lorenzo Peracino, è interamente incentrato sull’esaltazione del mistero mariano. Il soggetto fu scelto e dettato dal parroco di Strambino, padre Pietro Giuseppe Giacinto Borgovini (1712-1774). Al di sopra dell’altare è raffigurata una nave in balia delle onde a cui appare una stella, la stella mattutina, simbolo di salvezza e di Maria Vergine; nel medaglione di fronte invece è ritratta una veduta di Strambino con la nuova chiesa; le altre sei scene mostrano figure allegoriche spiegate da versetti armo sono stati realizzati, i primi due ai lati del presbiterio, su progetto di Rana nell’ultimo quarto del Settecento, mentre i due verso il vestibolo d’ingresso un secolo più tardi. Il primo altare sulla destra è dedicato a San Giuseppe e reca una tela del pittore Enrico Reffo, professore dell’Accademia Albertina di Torino, nel 1877. I successivo è dedicato, invece, alle Anime del Suffragio, con un dipinto del 1784 del pittore Vittorio Amedeo Rapous. Sul lato opposto è l’altare della Madonna del Carmine: la tela è opera del 1784 del pittore Giovanni Domenico Molinari. Il quarto altare, che fronteggia sul lato opposto della navata centrale l’altare di San Giuseppe, è dedicato al Sacro Cuore, con l’ancona dipinta dal pittore Tommaso Lorenzone, donato dal conte Belletrutti di San Biagio, colonnello di cavalleria in ritiro che aveva sposato una San Martino. Il conte Belletrutti in occasione della terza incoronazione centenaria della Madonna ospitò i Vescovi nel suo Castello, che alla sua morte venne donato a Don Bosco prima di essere acquistato dai Marchesi Villanova.
Sul grande arco che collega la navata centrale all’altare maggiore, campeggia lo stemma comunale di Strambino, a ricordare l’impegno per la costruzione della chiesa non solo della Compagnia del Rosario ma anche dell’intera comunità strambinese. Al centro del presbiterio sorge l’altare maggiore, messo in opera tra il 1781 e il 1783 da una squadra di marmorini lombardi, insieme al pavimento marmoreo e alla balaustra che lo circonda. Il ciborio in legno dorato che corona il tabernacolo fu aggiunto nel 1853 dall’architetto strambinese Carlo Augusto Martelli. Le pareti del coro furono decorate a stucco secondo le indicazioni di Rana. Nelle nicchie laterali del grande arco della cappella del Rosario trovano posto due statue raffiguranti i santi patroni Candida e Solutore.
Alla cappella della Madonna del Rosario si accede dall’andito di sinistra che immette nella sacrestia. Rialzata rispetto al piano della chiesa e accessibile per due scale simmetriche ai lati del coro, la cappella ha come illustre precedente quella della Sacra Sindone di Guarini nel duomo di Torino. Portata al coperto nel 1771, fu decorata secondo le precise istruzioni del suo architetto, Rana, e rappresenta l’ambiente più ricco della chiesa per opulenza di marmi e dorature. L’altare che custodisce la statua della Vergine fu commissionato nel 1774 a uno scalpellino di Viggiù (Varese), Amedeo Rizzi, il quale tuttavia si diede alla macchia prima di concludere l’opera, costringendo la Compagnia del Rosario a sostituirlo nel 1781 con Simone Catella, suo compaesano. Il prezioso pavimento a stelle in marmo bianco e nero di Como e rosso di Svizzera è opera sua. Su suggerimento di Rana le pareti della cappella furono, invece, rifinite a finto marmo. Il ciclo di affreschi nei medaglioni della volta, eseguiti nel 1772 dal pittore valsesiano Lorenzo Peracino, è interamente incentrato sull’esaltazione del mistero mariano. Il soggetto fu scelto e dettato dal parroco di Strambino, padre Pietro Giuseppe Giacinto Borgovini (1712-1774). Al di sopra dell’altare è raffigurata una nave in balia delle onde a cui appare una stella, la stella mattutina, simbolo di salvezza e di Maria Vergine; nel medaglione di fronte invece è ritratta una veduta di Strambino con la nuova chiesa; le altre sei scene mostrano figure allegoriche spiegate da versetti illustrati della Bibbia. Lo stesso parroco Borgovini suggerì l’iconografia dei pannelli a rilievo collocati sopra le quattro porte della cappella, che furono commissionati negli anni Settanta del Settecento allo scultore regio Giovanni Battista Bernero di Torino: Re Davide e Betsabea tratta dal libro di Samuele; di Giaele e del generale Sisara dal libro dei Giudici; di Ester e Assuero dal libro di Ester; e di Giuditta e Oloferne dal libro di Giuditta.
La Chiesa dei Disciplinati, meglio conosciuta come Confraternita di San Francesco e Santa Marta, è situata entro il concentrico di Strambino.
Costruita nel XVII secolo sul precedente oratorio dei Disciplinati di S. Marta, la chiesa è caratterizzata da una movimentata facciata barocca inserita tra due avancorpi e preceduta da una piccola gradinata a due rampe simmetriche. Tale soluzione permette all’elegante complesso di risaltare nel contesto urbano. La navata è divisa in due da un bell’altare barocco in marmo policromo; dietro l’altare, in ottimo stato di conservazione, è il coro ligneo in cui si riunivano i Confratelli. Alzando lo sguardo sono ben visibili i gradevoli affreschi sul soffitto, alcuni dei quali ancora in ottimo stato di conservazione.
Nel corso degli ultimi due secoli la chiesa è stata sottoposta ad alcune fasi di intervento, che ne hanno modificato, almeno in parte, l’assetto e l’impostazione generale con la costruzione dei due avancorpi laterali ad opera del geometra Solutore Panetti (1840) e il rifacimento della facciata (modificando i colori da rosa ad azzurro ed inserendo nuove statue, cornici, lesene) con gradinata di accesso, su disegno dell’architetto Carlo Augusto Martelli (1862). Sono stati anche inseriti un nuovo altare, un coro ligneo ed un organo Serassi, oltre a nuove decorazioni sulla volta e sulle pareti.
L’altare, rivestito di marmi policromi, è opera dei marmorari lombardi Olgiati e Pellagatta (1760). L’interno conserva ancora gli stalli corali, mentre la maggior parte degli arredi originari è andata dispersa, compreso l’organo Serassi (1865) smontato e trasferito a Chivasso nel 1992.
La Chiesa è stata sconsacrata e donata nel 1976 all’Amministrazione Comunale di Strambino.
Le notizie che si tramandano fanno risalire l’origine del santuario di Realizio a un monastero di monache benedettine intitolato a Santa Maria della Rovere, di cui non resta più traccia.
Danneggiato e impoverito dalle guerre nel 1221, fu unito al monastero di San Michele di Ivrea per disposizione di papa Onorio III. Nel 1585, in epoca di peste, fu trasformato in lazzaretto e luogo di sepoltura. La chiesa attuale è frutto di trasformazioni e ricostruzioni successive.
La prima cappella di San Grato risale al 1606, quando ancora Carrone dipendeva dalla pievania di Candia. Promossa a parrocchia nel 1663, fu arricchita con nuovi arredi sacri, prima della sua ricostruzione, avviata nel 1752 e conclusa il 22 agosto 1764 con la benedizione di don Lorenzo Costanza.
La chiesa presenta una pianta cruciforme con abside semicircolare e due cappelle laterali. La prima, a destra, è dedicata alla Vergine del Rosario; l’altra, a sinistra, a Sant’Antonio Abate. Sulla stessa parete, ad angolo, sopra il confessionale si trova il pulpito, intagliato nel 1775. Il presbiterio, chiuso verso la navata da una balaustra marmorea curvilinea, ospita al centro, sotto il baldacchino, un pregevole altare in marmi policromi realizzato da Simone Catella tra il 1776 e il 1782. L’ancora, collocata nel 1771, nella cornice intagliata dallo scultore Baldassarre Argentieri, raffigura la Vergine del Rosario ed è opera del pittore Garino di Caluso. Lo stesso Argentieri è autore del portone principale, eseguito nel 1774.
Nel secolo successivo, la chiesa fu decorata e arricchita di pitture ad opera di Alberto Artias di Ivrea, mentre tra il 1860 ed il 1863 lo scultore Luigi Tribaldino realizzò i troni delle statue della Beata Vergine del Rosario e di San Grato, portate ancora oggi in processione. In occasione del terzo centenario della parrocchia e del secondo centenario di costruzione della chiesa, fu acquistato dalla ditta Pinchi di Foligno l’organo, benedetto il 10 febbraio 1963 da monsignor Albino Mensa.
L’esistenza di una cappella dedicata a San Giovanni Battista è documentata a Cerone sin dal 1651: un edificio di discrete dimensioni, evidentemente alquanto modesto, se, come si racconta, l’aula non era coperta a volta, ma direttamente dalle travi del tetto, a vista. Possedeva un unico altare addossato alla parete di fondo con le immagini della Beata Vergine Maria e i santi Giovanni Battista e Sebastiano. Ricostruita in tempi successivi, la chiesa fu eretta parrocchiale soltanto nel 1941.
Nel 1651 fu eretta una cappella intitolata a San Carlo per volere di un certo Pietro di San Martino. Si trattava di un edificio modesto, nel quale si celebrava messa in occasione di tutte le festività.
La nascita dell’attuale parrocchia risale alla benemerita iniziativa di Giacinto Accotto, il quale, morendo il 26 febbraio 1798, lasciò in eredità i suoi molti averi alle tre figlie con la richiesta di erigere una cappella nella frazione natia quando fosse cessato l’usufrutto del terreno concesso al suo unico figlio maschio, prete. Dopo lunghe trattative, il 18 giugno 1823, la volontà di Accotto poté compiersi e fu costituita ufficialmente la parrocchia. Il suo primo titolare fu don Michelangelo Longo, già vice-parroco di Strambino, e dopo di lui don Giovanni Antonio Berolatti di Castellamonte.
Da semplice cappella, la chiesa di San Carlo fu ampliata per renderla capace della crescente popolazione, specialmente nel 1839, anno in cui fu arricchita di un piccolo organo realizzato dai fratelli Serassi e di una pala dipinta da Stornone di Ivrea. Ciò grazie alla generosità di una popolazione quasi tutta dedita all’agricoltura, ma non mancante di personaggi distinti tra l’amministrazione di governo (all’epoca la frazione Crotte prestava tre consiglieri comunali), l’esercito e lo stato ecclesiastico, nonché di medici.
La chiesa della “Madonna delle Vigne” sorge sulle pendici di una delle collinette che separano il territorio di Ivrea dai paesi di romano e strambino in località Romanello. L’appellativo “delle vigne” deriva probabilmente dal fatto che la chiesa sorgeva in mezzo alle vigne; attualmente le vigne rimangono a nord.
La costruzione della chiesa ha un impianto medioevale denunciato dai muri, che sono costruiti in mattoni e pietre, cementati da malta che è servita anche per intonacare le pareti.il primo documento in cui viene menzionata la “ecclesia st. Marie de Romanelli” è del 1223; nel 1329 viene unita alla mensa vescovile e denominata cappella della madonna delle grazie. Nel 1585 viene completamente restaurata, lo si nota chiaramente nella facciata organizzata in due ordini sovrapposti; infatti la parte inferiore richiama ancora uno stile rinascimentale, mentre la zona superiore richiama uno stile barocco ornato da sobrie decorazioni.
Nel 1671 viene rinominata “ sancta maria in vineis”. Nel 1754 viene nuovamente ristrutturata così come la si può ammirare oggi, con l’aggiunta della sacrestia nel 1841 dal progetto dell’architetto martelli. Al suo interno sopra l’altare laterale a sinistra si può notare una decorazione ottocentesca a trompe-l’oeil che incornicia un dipinto su tela raffigurante l’ostensione della ss. Sindone.
Alla destra nella teca sovrapposta all’ altare si trova la statua dedicata a S.ta Apollonia, martire ad Alessandria d’Egitto nel 3° secolo, che non accettò dopo molte e crudeli torture l’imposizione da parte dei pagani di ripudiare la sua fede cristiana gettandosi nel fuoco. E’ invocata in tutti i malanni e dolori dei denti e viene raffigurata stringendo in mano una tenaglia con un dente.
L’aula interna, spaziosa e dilatata, si sviluppa longitudinalmente illuminata a giorno dai finestroni aperti oltre il cornicione all’imposta delle volte, con due sfondati laterali ad accogliere le cappelle. Nell’abside, dietro l’altare maggiore in scagliola marmorizzata, che reca incisa la data di costruzione («1758»), è custodita una statua della vergine con il bambino entro una ricca cornice in legno intagliato.