distretto diffuso piccolo anfiteatro morenico canavese

Chiesa Parrocchiale San Michele e San Solutore

La chiesa dei Santi Michele e Solutore è fra gli episodi più interessanti e felici dell’architettura piemontese della seconda metà del Settecento. Appena edificata, a inizio Ottocento raccolse l’ammirazione di molti viaggiatori: a impressionare era il carattere monumentale, la «solidità straordinaria» delle masse esterne, l’enorme travatura che sostiene il tetto, l’«armonia meravigliosa» della pianta. La volta dell’aula, gettata nel 1777, vasta, slanciata, straordinariamente leggera nella struttura a costoloni, è di un’audacia pressoché ineguagliata in Piemonte, considerata l’ampiezza della superficie che copre, all’incirca 28 metri di lunghezza per 20 di larghezza. Gli stucchi che la decorano sono opera di un’esperta bottega di luganesi, attiva nel Piemonte sabaudo per tutto il Settecento: Antonio Papa e Giovanni Battista San Bartolomeo. Rana compone la pianta della chiesa in una articolata sequenza spaziale che, prolungata sull’asse longitudinale, sortisce in alzato un effetto altamente scenografico: dall’atrio d’ingresso lo sguardo è catturato dall’aprirsi di spazi in profondità verso la cappella sopraelevata del Rosario, dove due angeli in stucco sollevano il sipario sullo spettacolo luminoso del simulacro della Vergine.

 

Varcata la soglia, sopra il grande portale, si conserva uno degli organi più importanti e integri fra quelli costruiti in Canavese dai fratelli Serassi, celebre famiglia di organari bergamaschi. Giuseppe Serassi ricevette l’incarico nel maggio del 1809: i lavori iniziarono nella primavera successiva e lo strumento fu inaugurato per il 1812. Con le sue due tastiere e una cinquantina di registri corrispondenti a circa 2400 canne rimase per almeno un decennio l’organo più grande del Piemonte sabaudo, prima di essere ulteriormente ampliato dagli stessi Serassi nel 1864.

 

Varcata la soglia, sopra il grande portale, si conserva uno degli organi più importanti e integri fra quelli costruiti in Canavese dai fratelli Serassi, celebre famiglia di organari bergamaschi. Giuseppe Serassi ricevette l’incarico nel maggio del 1809: i lavori iniziarono nella primavera successiva e lo strumento fu inaugurato per il 1812. Con le sue due tastiere e una cinquantina di registri corrispondenti a circa 2400 canne rimase per almeno un decennio l’organo più grande del Piemonte sabaudo, prima di essere ulteriormente ampliato dagli stessi Serassi nel 1864.

 

Dal vestibolo di ingresso si accede alla navata centrale di forma ellittica con quattro cappelle laterali, due su ogni lato maggiore, i cui altari in marmo sono stati realizzati, i primi due ai lati del presbiterio, su progetto di Rana nell’ultimo quarto del Settecento, mentre i due verso il vestibolo d’ingresso un secolo più tardi. Il primo altare sulla destra è dedicato a San Giuseppe e reca una tela del pittore Enrico Reffo, professore dell’Accademia Albertina di Torino, nel 1877. I successivo è dedicato, invece, alle Anime del Suffragio, con un dipinto del 1784 del pittore Vittorio Amedeo Rapous. Sul lato opposto è l’altare della Madonna del Carmine: la tela è opera del 1784 del pittore Giovanni Domenico Molinari. Il quarto altare, che fronteggia sul lato opposto della navata centrale l’altare di San Giuseppe, è dedicato al Sacro Cuore, con l’ancona dipinta dal pittore Tommaso Lorenzone, donato dal conte Belletrutti di San Biagio, colonnello di cavalleria in ritiro che aveva sposato una San Martino. Il conte Belletrutti in occasione della terza incoronazione centenaria della Madonna ospitò i Vescovi nel suo Castello, che alla sua morte venne donato a Don Bosco prima di essere acquistato dai Marchesi Villanova.

 

Sul grande arco che collega la navata centrale all’altare maggiore, campeggia lo stemma comunale di Strambino, a ricordare l’impegno per la costruzione della chiesa non solo della Compagnia del Rosario ma anche dell’intera comunità strambinese. Al centro del presbiterio sorge l’altare maggiore, messo in opera tra il 1781 e il 1783 da una squadra di marmorini lombardi, insieme al pavimento marmoreo e alla balaustra che lo circonda. Il ciborio in legno dorato che corona il tabernacolo fu aggiunto nel 1853 dall’architetto strambinese Carlo Augusto Martelli. Le pareti del coro furono decorate a stucco secondo le indicazioni di Rana. Nelle nicchie laterali del grande arco della cappella del Rosario trovano posto due statue raffiguranti i santi patroni Candida e Solutore.

 

Alla cappella della Madonna del Rosario si accede dall’andito di sinistra che immette nella sacrestia. Rialzata rispetto al piano della chiesa e accessibile per due scale simmetriche ai lati del coro, la cappella ha come illustre precedente quella della Sacra Sindone di Guarini nel duomo di Torino. Portata al coperto nel 1771, fu decorata secondo le precise istruzioni del suo architetto, Rana, e rappresenta l’ambiente più ricco della chiesa per opulenza di marmi e dorature. L’altare che custodisce la statua della Vergine fu commissionato nel 1774 a uno scalpellino di Viggiù (Varese), Amedeo Rizzi, il quale tuttavia si diede alla macchia prima di concludere l’opera, costringendo la Compagnia del Rosario a sostituirlo nel 1781 con Simone Catella, suo compaesano. Il prezioso pavimento a stelle in marmo bianco e nero di Como e rosso di Svizzera è opera sua. Su suggerimento di Rana le pareti della cappella furono, invece, rifinite a finto marmo. Il ciclo di affreschi nei medaglioni della volta, eseguiti nel 1772 dal pittore valsesiano Lorenzo Peracino, è interamente incentrato sull’esaltazione del mistero mariano. Il soggetto fu scelto e dettato dal parroco di Strambino, padre Pietro Giuseppe Giacinto Borgovini (1712-1774). Al di sopra dell’altare è raffigurata una nave in balia delle onde a cui appare una stella, la stella mattutina, simbolo di salvezza e di Maria Vergine; nel medaglione di fronte invece è ritratta una veduta di Strambino con la nuova chiesa; le altre sei scene mostrano figure allegoriche spiegate da versetti armo sono stati realizzati, i primi due ai lati del presbiterio, su progetto di Rana nell’ultimo quarto del Settecento, mentre i due verso il vestibolo d’ingresso un secolo più tardi. Il primo altare sulla destra è dedicato a San Giuseppe e reca una tela del pittore Enrico Reffo, professore dell’Accademia Albertina di Torino, nel 1877. I successivo è dedicato, invece, alle Anime del Suffragio, con un dipinto del 1784 del pittore Vittorio Amedeo Rapous. Sul lato opposto è l’altare della Madonna del Carmine: la tela è opera del 1784 del pittore Giovanni Domenico Molinari. Il quarto altare, che fronteggia sul lato opposto della navata centrale l’altare di San Giuseppe, è dedicato al Sacro Cuore, con l’ancona dipinta dal pittore Tommaso Lorenzone, donato dal conte Belletrutti di San Biagio, colonnello di cavalleria in ritiro che aveva sposato una San Martino. Il conte Belletrutti in occasione della terza incoronazione centenaria della Madonna ospitò i Vescovi nel suo Castello, che alla sua morte venne donato a Don Bosco prima di essere acquistato dai Marchesi Villanova.

 

Sul grande arco che collega la navata centrale all’altare maggiore, campeggia lo stemma comunale di Strambino, a ricordare l’impegno per la costruzione della chiesa non solo della Compagnia del Rosario ma anche dell’intera comunità strambinese. Al centro del presbiterio sorge l’altare maggiore, messo in opera tra il 1781 e il 1783 da una squadra di marmorini lombardi, insieme al pavimento marmoreo e alla balaustra che lo circonda. Il ciborio in legno dorato che corona il tabernacolo fu aggiunto nel 1853 dall’architetto strambinese Carlo Augusto Martelli. Le pareti del coro furono decorate a stucco secondo le indicazioni di Rana. Nelle nicchie laterali del grande arco della cappella del Rosario trovano posto due statue raffiguranti i santi patroni Candida e Solutore.

 

Alla cappella della Madonna del Rosario si accede dall’andito di sinistra che immette nella sacrestia. Rialzata rispetto al piano della chiesa e accessibile per due scale simmetriche ai lati del coro, la cappella ha come illustre precedente quella della Sacra Sindone di Guarini nel duomo di Torino. Portata al coperto nel 1771, fu decorata secondo le precise istruzioni del suo architetto, Rana, e rappresenta l’ambiente più ricco della chiesa per opulenza di marmi e dorature. L’altare che custodisce la statua della Vergine fu commissionato nel 1774 a uno scalpellino di Viggiù (Varese), Amedeo Rizzi, il quale tuttavia si diede alla macchia prima di concludere l’opera, costringendo la Compagnia del Rosario a sostituirlo nel 1781 con Simone Catella, suo compaesano. Il prezioso pavimento a stelle in marmo bianco e nero di Como e rosso di Svizzera è opera sua. Su suggerimento di Rana le pareti della cappella furono, invece, rifinite a finto marmo. Il ciclo di affreschi nei medaglioni della volta, eseguiti nel 1772 dal pittore valsesiano Lorenzo Peracino, è interamente incentrato sull’esaltazione del mistero mariano. Il soggetto fu scelto e dettato dal parroco di Strambino, padre Pietro Giuseppe Giacinto Borgovini (1712-1774). Al di sopra dell’altare è raffigurata una nave in balia delle onde a cui appare una stella, la stella mattutina, simbolo di salvezza e di Maria Vergine; nel medaglione di fronte invece è ritratta una veduta di Strambino con la nuova chiesa; le altre sei scene mostrano figure allegoriche spiegate da versetti illustrati della Bibbia. Lo stesso parroco Borgovini suggerì l’iconografia dei pannelli a rilievo collocati sopra le quattro porte della cappella, che furono commissionati negli anni Settanta del Settecento allo scultore regio Giovanni Battista Bernero di Torino: Re Davide e Betsabea tratta dal libro di Samuele; di Giaele e del generale Sisara dal libro dei Giudici; di Ester e Assuero dal libro di Ester; e di Giuditta e Oloferne dal libro di Giuditta.

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